Cosa è la sharing economy

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Facciamo un piccolo passo indietro, per comprendere appieno il contributo di Airbnb, secondo me la regina delle aziende della sharing economy. Cos’è la “sharing economy”?
E’ l’economia della condivisione, l’economia collaborativa, dell’uso a tempo determinato (tendenzialmente breve) di oggetti, beni, proprietà tra più persone, a fronte di un prezzo o tariffa da riconoscere al proprietario dello stesso. E’ generazione di affari, movimentazione di energie e denaro, una moderna “socializzazione delle cose” : può essere così definita la “social economy”. Non è un concetto immediatamente apprezzabile da tutti, occorre cambiare un po’ mentalità e soprattutto per noi italiani, questo passo di democratizzazione delle cose può essere un po’ ostico all’inizio. Ma è un processo inarrestabile, esattamente come l’avvento dei telefoni cellulari e coinvolgerà sempre più persone e categorie di beni e servizi.
Mister Mark Fields, amministratore delegato di Ford, ha dichiarato che in futuro una persona su tre vorrà affittare la propria auto ad altri: è la using & sharing economy, che avanza senza sosta in tutto il mondo, in molti campi, Italia compresa.
I numeri sono in crescita e promettono sviluppi ancora più forti: in Italia c’erano a inizio 2016 oltre 260 piattaforme collaborative suddivise tra 160 market places di scambio e collaborazione, 40 piattaforme di autoproduzione, 60 crowdfunder.
I risultati sono impattanti : Airbnb, nei sei mesi di EXPO a Milano ha contribuito a risolvere il problema della limitata ricettività alberghiera, offrendo alloggio ai visitatori con ben 43.000 sistemazioni in affitto temporaneo.
Vediamo quali sono stati i fattori scatenanti di questa “nuova economia”, perché è di questo che si tratta, di generazione di fatturati da realtà commerciali o da micro-imprenditorialità domestica, un tempo inesistenti, che hanno avuto una accelerazione grazie alla massificazione della tecnologia digitale.
Le cause della crescita esponenziale della sharing economy sono essenzialmente tre :
• la crisi economica che dal 2008 ha impoverito il ceto medio in Europa e negli Stati Uniti, spingendo alla ricerca di forme più innovative di reddito e puntando a sfruttare il proprio capitale esistente;
• la diffusione massiva e velocissima degli smartphone con connesso servizio di geo-localizzazione, che ha reso immediate, ubiquitarie e sicure le fasi di ricerca, prenotazione e pagamento;
• l’ingresso nei mercati di acquisto e consumo di nuove generazioni che non sentono più così radicato – come le generazioni dei loro genitori – il bisogno della proprietà di un beneOggi la necessità di possedere o meno una cosa viene determinata da quanto la si usa, e dai costi collegati: quindi, se una automobile serve pochi giorni l’anno, non ha economicamente senso acquistarla ma conviene noleggiarne una, solo per le volte che serve.
Sopra un certo livello di utilizzo, i beni si acquistano, sotto un certo livello, si “affittano temporaneamente”, riducendo anche l’onere di ricercare il finanziamento per una cifra importante. Si tratta di un semplice concetto di microeconomia: l’utilità marginale, che si può spiegare nel vantaggio incrementale che porta superare un punto critico, in cui c’è indifferenza nell’usare una formula o l’altra. In questo caso vale la pena acquistare (e mantenere) l’automobile se essa viene usata “n” volte l’anno rispetto al costo del noleggio. Si tratta in buona sostanza di capire se ne vale la pena o no, e questo determina la scelta.
Quindi l’affitto temporaneo di un bene non è una vera novità, ma lo è la diffusione del fenomeno nella società, insieme al fatto che interessi molti più settori che in passato. Molte sono oggi le categorie di “oggetti” o “servizi” che possono essere condivisi, liberandosi dalla schiavitù dell’acquisto, manutenzione, riparazione dell’oggetto stesso, e se automobile anche da assicurazione, parcheggio, pass, box, carburante, lavaggi e multe.
E dunque via libera allo sharing o condivisione del tempo (le famose bacheche del tempo), condivisione delle biciclette, auto elettriche in città (qui esistono forme private o comunali nelle principali città), viaggi (BlaBlacar o Uber), borse-scarpe-vestiti firmati (Drexcode), camere in casa propria o appartamenti, uffici interi o postazioni di lavoro, “bar a chat” cioè caffè e ristoranti dove si possono coccolare (o farsi coccolare da?) diversi gatti per il tempo di un pranzo, e così via. Caratteristica comune dei servizi: prezzi più bassi che in strutture organizzate, tempo limitato o utilizzo sporadico, grande senso di responsabilità.
Infatti, condividere, che sia un posto letto o un passaggio in auto, significa risparmiare per chi usa il servizio e guadagnare – o arrotondare e coprire le spese – per chi lo mette a disposizione. Ma vuol dire anche scommettere sulle relazioni, la fiducia è il caposaldo di un sistema economico emergente, costruito su recensioni virtuali e pagamenti sicuri.
E quale sarà il futuro, dopo l’avvento della sharing economy? Non so prevedere il futuro, ma sono convinta che la next economy sarà basata sulle piattaforme on-demand e l’intelligenza artificiale, con sempre più attenzione alla sostenibilità e a consumi più equi, con nuove dimensioni dello sharing esposto fino a qui.
Ora si coniugano nuove definizioni e nuovi significati: baratto, “lista dei desideri”, collaborazione attiva. Il compenso va oltre lo scambio economico. Si crea una nuova, profonda ricchezza social, ovvero conoscere e relazionarsi con gli altri. E di quanto Airbnb sia la miglior portavoce, ne leggerete più avanti, perché si fonda su un valore umano universale: l’ospitalità.
Uno dei fondatori di Airbnb, Brian Chesky, disse “Gli utenti dormono nei letti di altre persone. Per questo serve un livello di fiducia diverso rispetto a eBay o Facebook”. E su questo non si discute.

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